Mudhoney

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Prima di Tarantino c’era Russ Meyer. Tra gli anni sessanta e i settanta ha codificato il genere exploitation, un mix irriverente di sesso, violenza e sarcasmo ambientato in scenari che vanno dal kitsch al surreale.Emblema del suo stile è indubbiamente Faster, Pussycat! Kill! Kill! (1965), pellicola che ha dato vita al personaggio cult Tura Satana, voluttuosa e assatanata leader di un trio di spogliarelliste impegnate a folleggiare nel deserto, armate di pistole e a bordo di roboanti automobili.

Prima di abbandonare l’interesse per la trama in favore di una messa in scena del sesso sempre più assurda e volutamente di cattivo gusto – Supervixen (1970), per citare un film su tutti, concentrato di tette dalle dimensioni titaniche – Meyer ha girato una serie di film in bianco e nero, in cui la componente exploited è ben supportata da una solida trama e da una riuscita critica alla società rurale americana. Tra queste pellicole spicca Mudhoney (1965), ingiustamente misconosciuto al grande pubblico (tutt’oggi non esiste un’edizione italiana in commercio) ma considerato dalla critica il suo film migliore.

Ambientato negli anni della grande depressione e del proibizionismo, il film racconta la storia di Calif, ex detenuto in cerca di riscatto che trova lavoro presso la fattoria del vecchio Lute Wade. Calif s’innamora di Hannah, la nipote di Lute sposata con Sidney, un ubriacone violento che vuole mettere le mani sulla fattoria e sui soldi di Lute; a complicare le cose si aggiungono Maggie Marie, vecchia contadina madre di due procaci e disinibite figliole, e uno stralunato predicatore.

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“Io giro solo film di tette” Russ Meyer

Se i personaggi di Calif e Hannah ricalcano lo stereotipo dell’ex malfattore dal cuore d’oro in cerca di redenzione e della donna inerme di fronte alle violenze del marito, il nutrito gruppo di figure che ruota attorno alla loro vicenda è caratterizzato da connotati così grotteschi e assurdi da risultare il vero fulcro della pellicola.

Princess Livingston, attrice che interpreta la vecchia Maggie Marie, dà vita a un personaggio talmente caricaturale e “cartoonesco” da rimanere indelebile nella mente dello spettatore, perennemente ubriaca e ciondolante, si gioca al meglio il ruolo minore nel film, tra battute sarcastiche a sfondo erotico e smorfie bizzarre indimenticabili.

Se Maggie Marie dona alla pellicola lo humour e il sarcasmo, la carica sessuale è ben espressa dalle sue figlie, interpretate da Lorna Maitland e Rena Horten. La prima era stata l’anno precedente l’indimenticabile Lorna nel film omonimo, e in Mudhoney dà il meglio di se in uno scatenato ballo ad alto tasso erotico.

La parte più sensuale se l’aggiudica però la Horten, accarezzando seminuda un gattino sdraiata nel prato e facendo il bagno in un catino davanti al predicatore e a Sidney.

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Come ogni film exploited che si rispetti, la violenza viene messa in primo piano, qui incarnata da un viscido e ripugnante Hal Hopper nella parte di Sidney, modello dell’uomo frustrato in preda a pulsioni animalesche e selvagge verso donne ridotte a puro oggetto sessuale, sottomesse ad uno status quo di bassissimo livello in un’America rurale, gretta e bestiale che Meyer rappresenta in tutta la sua crudezza.

Uscito inizialmente con il titolo Rope and Flesh, il film ebbe scarso successo, in quanto il pubblico lo scambiò per un horror a causa del manifesto che riproduceva la sequenza finale del linciaggio, una volta cambiati titolo e immagine pubblicitaria ebbe ottimi incassi.

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Con gli anni Mudhoney è stato relegato a un ruolo di secondo piano nella filmografia di Russ Meyer, basti pensare al fatto che non è nemmeno riportato in quello che si fregia di essere il più venduto e imitato dizionario di cinema italiano, trattamento immeritato per una pellicola che merita di essere riscoperta e riproposta.

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