TENTΔRTE • BONDAGE


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Foto Paolo Hack

Grande serata quella di Martedì 5 Marzo allo J’adore Lounge Club. Probabilmente è stata la prima esibizione di bondage in un locale pubblico non appartenente al circolo BDSM, in pieno centro a Milano, di fronte alla sede universitaria Bocconi. A seno scoperto, Letizia si è abbandonata alle mani esperte del suo Nawashi che l’ha legata, appesa e cosparsa di cera bollente, sotto gli occhi ipnotizzati e un pochino perplessi dei presenti. L’impressione che è rimasta quando le luci si sono accese e la musica d’atmosfera di Merzbow è sfumata in un più rilassato lounge è quella di un rituale intimo, che lascia più che trasparire il legame di totale fiducia tra i due performer, ben lontano dai cliché volgari e superficiali che bollano il mondo BDSM. A tal proposito è la stessa Letizia che ci tiene a ribadire la complessità e il valore di quello che fa:

“Mi sono appassionata di bondage giapponese dal momento in cui ne ho visto una foto. Oltre alla notevole componente estetica, l’idea di potermi abbandonare alle corde e sentirmi, paradossalmente, libera nell’immobilizzazione, mi ha attratto fin da subito.
Il problema è che, un po’ a causa dell’iconografia codificata che riconduce il bondage all’immaginario pornografico, un po’ perché nell’aria c’è ancora 50 sfumature di grigio che aleggia, il bondage viene banalmente considerato un semplice preludio alla scopata, un “famolostrano” in tinta nero lucido. E non sono in molti ad andare oltre quest’immagine assolutamente patinata e semplicistica”.

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Foto Simona Milani

Dunque, se non avete avuto occasione di aprire anche solo Wikipedia, lo Shibari, o meglio Kinbaku, è una forma artistica di legatura giapponese, che si rifà a diversi fini e utilizzi.
Lo Shibari, meglio noto come Kinbaku, è un’antica forma di legatura nipponica che racchiude in sé molti stili ed utilizzi. Il suo stile fa riferimento ad altre forme artistiche tradizionali giapponesi come Ikebana, Sumi-e (pittura con inchiostro nero) e Chanoyu (cerimonia del tè). Tra i vari utilizzi dello Shibari si possono citare: scultura vivente dinamica, pratica meditativa condivisa, rilassamento profondo per la flessibilità del corpo e della mente, una forma di scambio di potere e costrizione erotica.

Nello Shibari (l’atto di legare qualcuno) il Nawashi (artista della corda, ossia colui che
esegue la legatura) esegue disegni e forme geometriche che creano un meraviglioso
contrasto con le curve naturali ed i recessi del corpo femminile. La consistenza e la
tensione delle corde creano un contrasto visivo con la pelle liscia e le curve,
sottolineando la morbidezza delle forme corporee. La modella diventa come una tela,
e la corda è il colore ed il pennello. Questo contrasto viene ulteriormente enfatizzato
dall’utilizzo di modelle dalle forme giunoniche, le cui curve generose compresse dalle
corde creano forme e giochi di luci ed ombre ancora più evidenti.

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Foto Simona Milani

Dai tempi antichi le cerimonie religiose in Giappone hanno sempre incluso corde e legamenti per simboleggiare le connessioni tra umani e il divino, oltre che per demarcare lo spazio ed il tempo del sacro.
La vita quotidiana era in un certo senso mantenuta da legacci. Basta pensare al Kimono, che non ha bottoni o ganci, ma viene chiuso avvolgendo intorno al corpo lunghe fasce di stoffa. Le armature dei militari erano composte di tasselli di legno laccato e legati tra loro in modo elegante. I doni venivano avvolti in modo elaborato e legati con ricercatezza, e queste convenzioni vengono mantenute ancora oggi. Gli oggetti vengono avvolti in modo grazioso e funzionale nel Furoshiki (panno quadrato), ed i pacchi vengono ornati con Mizuhiki (ricercatissime legature di spago di carta) in modo che la confezione sia gradevole anche alla vista.
L’arte della legatura giapponese è stata perfezionata nel corso dei secoli, dapprima come costrizione e successivamente anche come ornamento del corpo, e la pressione esercitata dalla corda può anche utilizzare alcune tecniche dello Shiatsu.
La legatura viene eseguita con diverse corde, ognuna delle quali assolve ad un compito preciso, e ciascuna contribuisce all’effetto globale. Ogni nodo ha il suo significato storico e tutti traggono origine dallo Hojo-jutsu (l’arte marziale dell’immobilizzazione dei prigionieri). Esisteva anche una forma di legatura per i prigionieri nobili in cui non veniva usato alcun nodo, ed il prigioniero non si liberava per non venir meno al proprio onore.

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Antica illustrazione che mostra lo Hojo-jutsu

In origine lo Shibari è nato in Giappone come una forma di incarcerazione dal 1400 al 1700. In quei tempi, la polizia ed i Samurai lo usavano come forma di prigionia. La corda assolveva a molti compiti e non veniva utilizzata solo per legare i prigionieri o per fissare l’armatura, ma anche per fissare la sella o per impastoiare i cavalli.
In Giappone non esistevano prigioni e le risorse di metalli erano scarse, in compenso abbondavano le funi di canapa e iuta. Di conseguenza veniva usata la corda per immobilizzare i prigionieri. Questa pratica è all’origine dello Hojo-justu e di alcune altre arti marziali. Anche ai nostri giorni, in Giappone la polizia tiene nei furgoni un fascio di corda di canapa in caso di necessità.
Secondo la tradizione del periodo Edo (1600-1868), quattro colori (blu, rosso, bianco e nero) erano associati in modo prestabilito alle stagioni, ai punti cardinali, ed alle quattro creature cinesi guardiane delle direzioni (drago, fenice, tigre, e tartaruga). Il colore della corda cambiava in base alla stagione, ed il prigioniero veniva immobilizzato verso la direzione corrispondente al colore ed alla stagione. Alla fine del periodo Edo, I colori furono ridotti a due, bianco ed indaco.
La canapa veniva utilizzata per le corde di uso comune, mentre si usava la seta per le esercitazioni, che venivano fatte su manichini di paglia.
L’onore degli antichi Samurai era basato sul modo in cui si prendevano carico dei loro prigionieri, e la tecnica con cui il prigioniero veniva legato dimostrava l’onore e lo status del Samurai.
C’erano quattro regole nello Hojo-jutsu:
1. Non lasciare che il prigioniero si liberi dalla legatura.
2. Non causare danni fisici o mentali.
3. Non mostrare ad altri le proprie tecniche.
4. Eseguire una legatura esteticamente pregevole.
Alla fine del 1800 ed agli inizi del 1900 si sviluppò una nuova forma di Hojo-justu. Questa fu chiamata Kinbaku (arte della legatura erotica).
La donna, legata con corde di canapa o seta, trae piacere dalla sensazione di costrizione generata dall’immobilità e dalla pressione ruvida della corda sulla sua pelle, in particolare sulle zone erogene, la dolce tensione data dalla consapevolezza di essere totalmente in balia di un’altra persona porterà al concetto di Kinbaku-bi, “dolcezza della schiavitù”, fulcro portante dello Shibari e del bondage moderno.
Con il passare dei secoli furono inventati nodi sempre più complicati ed efficaci, legature a sospensioni e altre delicatissime figure.

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Foto Danny Onasta

Il Kinbaku richiede, per essere compreso, una mentalità orientale che trae piacere da una pratica lenta e da un godimento che si frena e nasce dall’aspettativa; per questo motivo per molti secoli è stata un disciplina erotico-artistica per lo più giapponese, mentre altrove l’idea del “legare” aveva una valenza di sola sofferenza e punizione, senza risvolti né artistici né gradevoli in generale. Il kinbaku arriverà in Occidente molto più tardi e assumerà il nome a tutti noi familiare bondage.

Fonti storiche: Hikari Kesho website

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