FUOCO IMPERFETTO


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Le fotografie di Julia Margaret Cameron mi hanno sempre affascinato, tanto quanto la curiosa storia di questa donna decisamente fuori dai canoni dell’Inghilterra vittoriana di metà ottocento.

L’immagine buffa e controcorrente tramandata dagli amici dei Cameron è quella di una donna sempre indaffarata, alle prese con apparecchi e obiettivi nel pollaio che aveva adibito a laboratorio diurno, le mani e il viso macchiati dalle sostanze chimiche e un certo timore infuso ai ragazzini del vicinato, sempre a rischio di essere “sequestrati” come modelli per qualche ora da questa signora a metà strada tra una mendicante e una zia pastrocchiona.

La passione per la fotografia scoppia in Julia in età avanzata, e del tutto per caso; dopo aver vissuto nell’India colonica e aver sposato Charles Cameron, la famiglia si trasferisce nella tenuta di “Dimbola”, sull’isola di Wright, un luogo che offre ben pochi svaghi e opportunità di conoscenza per la Cameron, abituata ad essere una figura di primo piano nei salotti della borghesia inglese a Calcutta.

Julia cade in profonda depressione, il marito e i figli si trovano in India e l’unica figlia è ormai sposata. È il dicembre del 1863, all’età di quarantotto anni Julia riceve in regalo quello che si rivelerà non solo la chiave per uscire dalla triste condizione in cui versa, ma addirittura l’inizio di una nuova vita piena di successi e riconoscimenti: un apparecchio fotografico e un obiettivo Jamin.

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La fotografia era stata inventata ventiquattro anni prima grazie agli esperimenti di Nicèphore Nièpce e Louis Daguerre, le tecniche erano progredite notevolmente e dal dagherrotipo, un positivo diretto su lastra di rame coperta d’argento, si era arrivati, passando per il negativo su carta di Henry Fox Talbot, alla tecnica al collodio umido, impiegata da Julia per realizzare tutte le sue fotografie.

Essere dei fotografi nella magica e pionieristica era del diciannovesimo secolo, voleva dire essere contemporaneamente tecnici, chimici e artisti, i procedimenti necessari a ottenere l’immagine fotografica erano complicati e richiedevamo estrema pazienza e manualità, nonché spazio e ingente disponibilità economica. Gli obiettivi e le emulsioni fotografiche non erano ancora così avanzate da poter registrare le immagini in ambienti chiusi, si doveva necessariamente utilizzare la luce solare e per questo motivo Julia trasformò il pollaio in una grande serra trasparente, completa di tende che potevano essere prontamente alzate e abbassate a piacimento per modulare la luce.

A Julia mancava la pazienta di diventare un’abile tecnica e non le interessava affatto la fotografia come mestiere, ma era immensamente affascinata dalle immagini e possedeva un gusto estetico fuori dal comune, a differenza dei suoi contemporanei più illustri che miravano alla perfezione delle immagini ignorò totalmente i dettami tecnici in virtù di una fotografia più libera, emotiva e personale, decisamente moderna e controcorrente, fattori che le attirarono da una parte le lodi degli artisti e dall’altra le critiche dell’intera comunità fotografica.

L’apparecchio con cui lavorava la Cameron non era adatto ai ritratti, la distanza focale troppo breve creava una sfocatura pressoché omogenea e l’aberrazione cromatica rendeva imprevedibile il grado di nitidezza dell’immagine, questi fattori, tanto criticati dai suoi colleghi che sostanzialmente la consideravano una pretenziosa incapace, erano invece sfruttati in modo sapiente da Julia per ottenere i risultati voluti. L’uso innovativo della luce, inoltre, spesso concentrata in fasci potenti che colpiscono e modellano i volti, rende i suoi ritratti immensamente espressivi e aiuta a far emergere la personalità e le sottigliezze psicologiche dei suoi soggetti.

La fortuna di essere comunque una donna dell’alta società consentì a Julia di poter ritrarre personalità eminenti dell’epoca, ritratti di nomi famosi a cui alternò personalissime e splendide composizioni utilizzando le sue domestiche o i bambini del vicinato; amò con passione la bellezza, emozione che la portò ad ammirare con tutto il cuore la pittura preraffaellita e a condividerne la particolare interpretazione dell’Ideale in sembianze femminili, molte sue foto presentano infatti una straordinaria somiglia con i quadri di Dante Gabriele Rossetti e G. F. Watts, quest’ultimo intimo amico di Julia e precursore dei simbolisti.

L’attività della Cameron venne ben presto conosciuta in tutto il Regno Unito, due le mostre personali a Londra e numerose le lodi dalle più alte personalità del regno, iniziò a scrivere Annals of My Glass House, che venne pubblicato incompiuto nel 1889. Verso la fine degli anni ’70 si trasferì assieme al marito in una tenuta nel Ceylon, dove morì all’età di settantatré anni a causa di un’influenza.

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Iago, Study from an Italian, 1867

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Sir John Herschel con il berretto, 1867

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Il sussurro della musa, 1867

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Musa, 1866

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L’angelo al sepolcro, 1869

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L’angelo alla tomba, 1869

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La ninfa della montagna, 1866

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Ed Enide cantò, 1874

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Io aspetto, 1872

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Il bacio della pace, 1869

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Thomas Carlyle, 1867

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